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Alessandro Manzoni e il Vocabolario
milanese-italiano di Francesco Cherubini
Giovanni Sforza
«Annali Manzoniani», terza serie, n. 1, 2018, pp. 155–166
Sintesi
Riproponiamo un articolo di Giovanni Sforza (1846-1922) apparso postumo nel vol. V (1949)
degli «Annali Manzoniani, per le cure di Fausto Ghisalberti. Allo Sforza – studioso, oltre che di
letteratura, di storia e di numismatica – si deve la pubblicazione del volume Brani inediti dei Promessi sposi (Hoepli, 1905). Questo articolo presenta la figura di Francesco Cherubini e illustra
pregi e limiti del suo Vocabolario milanese-italiano, nel quadro della revisione linguistica del romanzo manzoniano.
Abstract
We propose here an article by Giovanni Sforza (1846-1922), posthumously published in «Annali
Manzoniani», vol. V, 1949 by Fausto Ghisalberti. Historian, numismatist, and literary scholar,
Sforza was the editor of the volume Brani inediti dei Promessi sposi (Hoepli, 1905). This article
includes a portrait of Francesco Cherubini and an illustration of his merits and weaknesses as a
lexicographer, in the framework of Manzoni’s linguistic revision of his novel.
Parole chiave
Manzoni, Alessandro; Cherubini, Francesco; Vocabolari; Dialetto milanese
Contatto
[email protected]
Keywords
Manzoni, Alessandro; Cherubini, Francesco; Dictionaries; Milanese dialect
ISSN 2611-3287
http://dx.doi.org/10.30451/am.v0i1.20
Alessandro Manzoni e il Vocabolario
milanese-italiano di Francesco Cherubini1
Giovanni Sforza
Il Manzoni, il 25 febbraio del 1829, scriveva a Giuseppe Borghi: «Voi privilegiati toscani
non potete forse avere un’idea giusta della condizione di chi, facendo pure il mestiere
dello sgorbia, ignora una buona parte della lingua colla quale ha da sgorbiare, e un’altra
parte la sa senza sapere di saperla, giacché crede idiotismo del suo dialetto ciò che è
lingua viva e vera e legittima quanto si possa. È una condizione a cui moltissimi non
pensano; ma chi ci pensa, la è strana davvero. Ignorare una buona parte della lingua, o
non esserne certo, e non saper dove, come trovarla o assicurarsi! Gli scrittori eh? Da che
capo li piglio gli scrittori? Da che lato mi fo per trovare il vocabolo di cui ho bisogno? E
se li leggessi tutti in corpo e in anima, e non ve lo trovassi? Chi m’assicura che negli
scrittori vi sien tutti i vocaboli? Io mi tengo anzi sicuro del contrario. E se ne trovo uno
che non è più in uso, e sta nei loro libri come i loro corpi stanno nella fossa? Il
Vocabolario? Ma per cercare una parola nel Vocabolario, bisogna saperla. E poi quante
mancano! quante sono di quelle che l’uso ha abbandonate, e nel Vocabolario stanno
imbalsamate, se volete, ma non vive certamente! Sapete a chi mi bisogna ricorrere tante
volte per arrivare dal noto all’ignoto? al Vocabolario francese-italiano, perché so il
vocabolo o la locuzione francese, e d’italiano nulla. Bel turcimanno per un italiano il
Vocabolario francese! Il quale poi per lo più mi dà una perifrasi (perché l’autore, pur
facendo un Vocabolario, non ha mai pensato ad interrogare l’Uso vivente, e forse non ha
mai pensato che ci fosse una cosa simile), o mi dà un vocabolo col quale non so quanto
abbia a fidarmi. Un gran tesoro è per me il Vocabolario milanese; e non potrei dire
abbastanza quanto io pregi quel lavoro, e ne sia grato all’autore: ma, come lavoro umano,
Fra le carte lasciate da Giovanni Sforza alla Biblioteca della Spezia, e da questa fatte rilegare, non
sempre con ordine, e senza numerazione di pagine, in quattro grossi volumi, dei quali s’è altra volta
parlato qui stesso (cfr. IV, 251 ss.), ho trovato questo scritto già pronto per la stampa e col sottotitolo
«memoria del socio Giovanni Sforza». Poiché questo utile lavoro non risulta stampato, lo diamo qui in
luce, anche come omaggio alla memoria del benemerito manzonista, pure omettendo la parte
documentaria. La nota dello Sforza è infatti corredata da parecchie appendici che ne vennero separate
e rilegate sbadatamente nel vol. II, inframmezzandole a tutt’altre cose. Ecco come devesi ricostituire
l’ordine di successione delle appendici: Appendice I: Saggio delle postille di Alessandro Manzoni, Gaetano
Cioni, Giuseppe Borghi ed Emilia Luti alla prima edizione del Vocabolario milanese-italiano di Francesco
Cherubini (limitatamente alle postille per la lettera A e per la P). Appendice II: Postille di Guglielmo Libri
alla prima edizione del Vocabolario milanese-italiano del Cherubini. Appendice III: Saggio delle postille di
Alessandro Manzoni e di Emilia Luti alla seconda edizione edizione del Vocabolario milanese-italiano di
Francesco Cherubini (limitatamente alle postille per la lettera A e per la B). F.G.
1
Annali Manzoniani, terza serie, n. 1, 2018, p. 155
http://annali.casadelmanzoni.it
Manzoni e il vocabolario di Francesco Cherubini
Giovanni Sforza
ha i suoi difetti; e il principale è certamente quello d’esser fatto un po’ troppo sui libri, e
un po’ poco sull’uso. Voi e Cioni (siatene benedetti!) gli avete tolto questo difetto per me
e per qualche mio amico; e così ci fate un po’ più ricchi o un po’ men poveri di lingua».2
Francesco Cherubini, l’autore del Vocabolario milanese-italiano, era figlio di un «povero
compositore di stamperia», il quale, messo che l’ebbe al mondo, non pensò più a lui.
L’aveva dato a balia alla Castellanza; e quando fu slattato, e glielo riportarono a casa, fece
un tal baccano che agli urli e alle grida accorse il vicinato; tra gli altri, Filippo Buzzi,
Con Gaetano Cioni, fiorentino – «ce cher et bon Cioni», come lo chiama in una lettera al Fauriel – il
Manzoni, fin dal 1827, aveva stretto cordialissima amicizia. Nato nel 1760, morto nel 1851, durante la
lunga vita fece un po’ di tutto. Nella vecchiaia ripeteva spesso, e con ragione, i noti versi di Giovenale:
Grammaticus, rhetor, geometres, pictor, aliptes, Augur, schoenebates, medicus, magus: omnia novit; compiacendosi di
vedervi come compendiata la propria vita. Si addottorò in medicina e al tempo de’ Francesi fu
segretario del ministero dell’Interno, poi commissario generale in Lunigiana. A Pisa insegnò fisica
matematica nell’Università e diresse una scuola sperimentale, cattedra e ufizio toltigli da’ Borboni nel
breve regno d’Etruria. Trasse il pane disegnando e colorendo delle tavole, poi bisognò che si
rassegnasse a un impiego modestissimo nella Magona del ferro a Pistoia, che gli fu occasione di darsi
tutto allo studio della chimica industriale e della fisica tecnologica, d’inventare strumenti utili alle arti,
di mettere a stampa varie memorie scientifiche che gli meritarono lode. In lui, come notò il
Tommaseo, «certe dottrine francesi del secolo passato si congegnarono con vezzi fiorentinissimi del
Cinquecento». Cfr. TOMMASEO N., Di Giampietro Vieusseux e dell’andamento della civiltà italiana in un quarto
di secolo, memoria, Firenze, 1863, p. 14. Anche in poesia ebbe facile la vena, e tradusse la Pulcella del
Voltaire, rimasta inedita. Per burlarsi degli Accademici della Crusca, compose e pubblicò un volume
d’allegre novelle, spacciandole di Giraldo Giraldi, un fiorentino del secolo XV, e la contraffazione fu
così abile, che non solo gli Accademici d’allora, del resto facile vittoria, ma più altri abboccarono
all’amo. Infatti Francesco Alberti le cita come «testo di lingua» nel suo Dizionario universale critico
enciclopedico della lingua italiana. Hanno questo titolo: Novelle di GIRALDO GIRALDI, fiorentino, per la prima
volta date in luce, in Amsterdam, 1796; in-8°. Furono ristampate con la stessa falsa data, e con aggiunte,
nel 1819. La quinta però di quelle novelle è realmente del Giraldi. Amantissimo e fine conoscitore
della lingua, sapeva a menadito ogni voce, ogni locuzione, ogni frase che sonasse sulle labbra del
popolo di Firenze; ma, nello scrivere, era parco, anzi avaro a sé stesso di questi tesori, che largheggiava
poi agli altri con mano generosissima. Di squisita gentilezza di modi, pieno di brio, con una miniera
inesauribile in bocca di arguzie fiorentinesche, portava sempre una nota allegra con sé, piacevolissima
ne riusciva la conversazione. Il Manzoni, che spesso andava a trovarlo nella casa «di via del
Campuccio», e a farvi «chiacchiere gustose» e «ad accattar parole toscane», per tutta la vita conservò
memoria affettuosa del geniale fiorentino e delle tante gentilezze che gli aveva usate nella «cara