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download bar sport stefano benni pdf

Stefano Benni.
BAR SPORT.
Copyright 1976 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
Prima edizione Biblioteca Umoristica Mondadori marzo 1976.
Prima edizione Oscar Mondadori settembre 1979.
Ottava ristampa Oscar narrativa novembre 1989.
Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.
INDICE.
Introduzione storica: pagina 4.
La Luisona: pagina 12.
Attrazioni: pagina 14.
Il tecnico: pagina 31.
Il professore: pagina 37.
L'insegna: pagina 44.
Bovinelli-tuttofare: pagina 48.
Il bimbo del gelato: pagina 52.
Il Cinno: pagina 55.
Cenerutolo: favola da bar: pagina 61.
Il nonno da bar: pagina 70.
Il grande Pozzi: pagina 73.
Il cinema Sagittario: pagina 86.
Il piayboy da bar: pagina 94.
La cotta del ragionier Nizzi: pagina 103.
Pasquale il barbiere: pagina 107.
Comparse: pagina 111.
Villa Alba: pagina 116.
Notte d'estate: pagina 120.
La lambretta: pagina 124.
«Conosco un posticino»: pagina 128.
La trasferta: pagina 135.
Viva Piva: pagina 142.
Due casi storici: pagina 157.
Il vero-pescatore: pagina 168.
La naja: pagina 173.
Buon Natale: pagina 180.
L'uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava,
nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè.
Ma il caffè non era ancora stato inventato e l'uomo primitivo
aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione
scimmiesca. Non c'erano neanche bar. Gli scapoli, la sera, si
trovavano in qualche grotta, si mettevano in semicerchio e si
scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso rituale. Era un
divertimento molto rozzo, e presto passò di moda. Allora gli uomini
primitivi cominciarono a riunirsi in caverne e a farsi sui muri delle
caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti
paleolitici. Ma questo primo tentativo di bar fu un fallimento. Non
esistevano la moviola, il vistoso sgambetto, il secco rasoterra, il
dribbling ubriacante e l'arbitraggio scandaloso, e la conversazione
languiva in rutti e grugniti.
Gli antichi romani, invece, inventarono subito la taverna osservando
il volo degli uccelli, e la suburra era un vero pullulare di bar. Gli
osti facevano affari d'oro, tanto che divennero presto la classe
dominante. Cesare cominciò la sua carriera come cameriere, e conservò
per tutta la vita la pessima abitudine di farsi dare mance dai barbari
sconfitti.
Nei bar romani si beveva molta menta, vini dei colli e assenzio. Le
leggi erano molto severe: a chi veniva pescato ubriaco veniva mozzata
la lingua. Questo provvedimento fu revocato allorché in Senato le
sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio. 1 camerieri
erano per la maggior parte schiavi cartaginesi. Ma c'erano anche molti
filosofi greci, che servivano in tavola per mantenersi agli studi.
Aristotele fece il cameriere per due anni al «Porcus rotitus», ed ebbe
l'intuizione della sua Logica osservando un cliente che cercava di
infilzare con la forchettina una grossa cipolla. Platone fece lo
sguattero al «Pomplius», uno dei ristoranti più à la page di Roma dove
il carrello del bollito era una biga a due cavalli.
Anche in Grecia i bar ebbero grande diffusione. I filosofi
Peripatetici insegnavano nei tavolini all'aperto e finivano le lezioni
completamente ubriachi. Pitagora inventò la sua famosa tavola perché
era stanco di essere imbrogliato sui conti della birra, e Zenone
divenne Stoico perché non aveva mai la pazienza di far raffreddare la
sua cioccolata in coppa.
Il medioevo fu uno dei periodi d'oro dei bar. Fu inventato il posto di
ristoro, o stazione per cavalli, in cui i cavalli potevano riposare e
i cavalieri rifocillarsi. In realtà la cosa andava così: il cavaliere
chiedeva al cavallo «Sei stanco, sì», si fermava e beveva. Questo
avveniva anche trenta, quaranta volte in un chilometro.
Nelle taverne ci si fermava a duellare e a schiaffeggiarsi con i
guanti. D'Artagnan sfidava e uccideva tutti quelli che sorprendeva a
giocare a flipper, perché il rumore lo mandava in bestia.
In queste taverne, che avevano nomi come «Il Gallo d'oro», «L'oca
irsuta», «Il Buco del diavolo», si beveva in coppe pesantissime alte
fino a mezzo metro, intarsiate di rubini e zaffiri, con olive
gigantesche come cocomeri.
Una variante celebre di queste taverne erano quelle dei pirati, dove
si beveva quasi esclusivamente rhum. In verità i pirati andavano pazzi
per il frappé: ma rozzi e adusi alla vita di mare, finivano sempre per
piantarsi i cucchiaini negli occhi. Per questo il novanta per cento
portava la famosa benda nera.
Molti finirono così distrutti dall'«acqua di fuoco», finché il famoso
Morgan l'orbo non scoprì che il frappé si poteva bere anche con la
cannuccia. Per questa intuizione la regina d'Inghilterra lo nominò
baronetto e gli regalò un timone in similpelle leopardo.
Alcune di queste taverne erano leggendarie, come il «Cannone delle
Antille», il cui proprietario era il famoso O'Shamrok. O'Shamrok aveva
un pappagallo straordinario, Bozambo, che egli aveva addestrato a
tenerlo sulla spalla. Cioè era il pappagallo che teneva sulla spalla
O'Shamrok, il quale si teneva aggrappato con i piedi. Il pappagallo
serviva i clienti in tre lingue e O'Shamrok fumava la pipa e si
limitava a dire delle cretinate come «Shamrok vuole il brustolino»